«SE GESU’ decidesse di rinascere tra noi lo farebbe su una chiatta di disperati in mezzo al mare, ultimo tra gli ultimi, scacciato da quelli che oggi si professano cristiani a parole, dimenticando, nei fatti, la carità cristiana ed i valori sui quali si fonda».
Questo concetto tanto evidente quanto dimenticato è alla base dell’assunto che Marco De Angelis sostiene nel volume «Presepe morente - Cos’è il presepe e cosa l’abbiamo fatto diventare», edito dalla Fas Editore. Teologo e docente di Filosofia Teoretica all’Istituto Superiore di Scienze Religiose Mater Gratiae, De Angelis, proprio a ridosso del Natale, con questo libro ‘sostanzioso’ ma di facile lettura, vuol far luce sulla perdita di significato che accompagna una tradizione ormai radicata come quella del presepe. Si tratta della prima fatica letteraria dello studioso, che fa seguito ad una lunga serie di articoli per riviste specialistiche e che precede, di poco, l’altro libro che De Angelis sta pubblicando: «Dio benedica l’Islam» (Paoletti, D’Isidoro, Capponi Editore), summa di dieci anni di ricerche portate avanti dall’autore.
Professor De Angelis, come nasce questa riflessione sul presepe? E soprattutto: perché è morente?
«Lo spunto è nato da una chiacchierata casalinga sullo svilimento del significato del presepe, che ormai non è niente di più di un insieme di statuette, come d’altronde anche il Natale non è altro che una festa simil pagana ormai. Sono voluto tornare all’origine allora, alle fonti, ai Vangeli che raccontano l’infanzia di Gesù, canonici ed apocrifi, alle prime manifestazioni iconografiche della Natività per capire cos’era, davvero, il presepe».
E cos’è emerso?
«Intanto, la prima rappresentazione che abbiamo del presepe è un’icona bizantina nella quale Gesù bambino è rappresentato non nella tradizionale mangiatoia, ma nel sepolcro. Un chiaro riferimento al destino della Croce e allo stravolgimento della dimensione temporale nella vita di Cristo, nella quale nascita e morte sono inscindibili. Nel suo Vangelo, poi, Matteo narra della nascita di Gesù da Maria Vergine, tra il bue e l’asino, circondato dai pastori: Matteo, ebreo, vede la Madonna come l’Arca dell’Alleanza, perché ha in grembo la legge, e fa nascere Gesù tra gli animali che, per gli ebrei, sono immondi come i pastori, all’ultimo gradino della gerarchia umana. Come dire che il re è nato tra gli ultimi: un concetto dirompente allora e che oggi vale la pena di ricordare».
Il suo libro, infatti, non offre solo una lettura storica.
«No, anzi. C’è proprio la volontà di porre l’accento sulla questione spirituale che oggi, nel Natale, è completamente secondaria. In sostanza, il Natale è tornato ad essere ciò che era per i romani: la festa del Sole Invicto, durante la quale, il 25 dicembre, si allestivano dei presepi ante litteram con i sigillaria, statuette rappresentati defunti, alle quali i bambini offrivano latte e cibo per ottenere regali in cambio il 25».
Per concludere: fare o non fare il presepe?
«Sì al presepe, ma solo se ricondotto ai suoi valori originali. Non ha senso fare il presepe, artistico, concettuale o come si vuole e poi dimenticare, nella condotta quotidiana, i valori di carità, altruismo e fede alla base del Cristianesimo».
